Per anni ho valutato progetti di decarbonizzazione industriale — cemento, ceramica, acciaio, settori dove la transizione climatica non è una scelta ma una necessità esistenziale. Ho imparato a riconoscere i pattern di un settore hard-to-abate: consumi energetici che crescono più velocemente delle soluzioni disponibili, externalities che i bilanci ignorano per anni, governance climatica sempre in ritardo sulla realtà fisica.
Oggi guardo l’infrastruttura AI in Europa e vedo esattamente lo stesso pattern. Con una differenza: questa volta il ciclo è dieci volte più veloce.
La scala che tutti ignorano
Europa sta mobilitando oltre €100 miliardi per data center e infrastrutture AI nei prossimi anni — tra cui €20 miliardi dal programma InvestAI e ulteriori €70-150 miliardi attesi da investimenti privati e dalla Banca Europea per gli Investimenti entro il 2030 [1, 2]. In Italia, il solo biennio 2025-2026 vedrà investimenti per €10,1 miliardi [3]. Milano ha visto crescere la propria capacità del 34% nell’ultimo anno, raggiungendo 238 MW. Amazon, Microsoft, Google: tutti stanno costruendo. L’entusiasmo è comprensibile — l’AI richiede potenza computazionale, e l’Europa vuole essere competitiva.
Ma guardiamo i numeri energetici e idrici.
I data center globali hanno consumato 415 terawattora (TWh) nel 2024 — circa l’1,5% dell’elettricità mondiale. Entro il 2030, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, questo numero raddoppierà a 945 TWh [4]. È l’equivalente del consumo elettrico annuale del Giappone.
La crescita dei consumi è del 15% annuo, mentre la capacità rinnovabile della grid europea cresce al 3-5% [4, 5]. Un mismatch strutturale che mette a rischio la stabilità stessa della transizione energetica europea.
E poi c’è l’acqua. Nel 2024, solo le operazioni di Google hanno consumato circa 8,1 miliardi di galloni d’acqua (31 milioni di metri cubi) per il raffreddamento dei data center [6]. Per raffreddare i chip AI serve acqua — molta acqua. Quando l’energia costa cara e le grid sono congestionate, l’acqua diventa l’alternativa più efficiente dal punto di vista energetico. Ma in regioni già sotto stress idrico, questo trade-off non è neutrale.
La Lombardia, dove Milano cresce del 34%, non è immune. Il Po — che serve il bacino dove si concentra l’80% dell’industria manifatturiera lombarda — ha registrato deficit di portata fino al 22% nei mesi primaverili 2025. Le riserve idriche regionali sono costantemente sotto la media del 25-30% negli ultimi anni [7]. Quando un data center compete per l’acqua nella stessa falda che serve agricoltura e industria tradizionale, il rischio idrico diventa sistemico. È un costo ambientale che nessun framework ESG cattura ancora.
Il Paradosso Delle Emissioni
Ecco dove la situazione diventa interessante — e preoccupante.
Le emissioni “location-based” — quelle che misurano l’impatto reale sulla grid elettrica dove i data center operano — raccontano una storia molto diversa da quella dichiarata tramite il metodo “market-based”. Analisi recenti del Guardian e dello Shift Project hanno rilevato che per Google le emissioni location-based sono aumentate del 93% in quattro anni, mentre Microsoft ha registrato un incremento del 133% [8]. In alcuni perimetri, il gap tra emissioni dichiarate e reali può raggiungere fino a 7,62 volte per le emissioni Scope 1-2 [9].
Non è frode. È il modo in cui funzionano gli standard di reporting attuali, che permettono alle aziende di acquistare certificati di energia rinnovabile (RECs) per compensare i propri consumi. Ma per un investitore ESG, questo gap rappresenta un rischio non prezzato. Quando le aziende dovranno mostrare le emissioni reali — non quelle compensate con certificati verdi — molti multipli ESG dovranno essere rivisti. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) ha già introdotto questo requisito per grandi aziende dal 2025, con estensione progressiva nei prossimi anni.
L’Italia come Case Study
In Italia, dove opero, la situazione è ancora più interessante.
Milano sta emergendo come hub strategico europeo per i data center — superando Madrid e Varsavia, anche se ancora distante da Londra, Amsterdam e Francoforte [3]. Ma c’è un problema strutturale che nessuno nomina: il costo dell’energia.
L’elettricità in Italia costa circa 133 €/MWh (dato RINA 2025, prezzo industriale medio) — circa il 70% in più della Spagna [11]. Per un data center, dove l’energia rappresenta il 40-70% dei costi operativi totali, questo non è un dettaglio. È un fattore determinante.
Il risultato? Un “carbon premium” nascosto che nessun framework ESG sta catturando. Gli operatori italiani si trovano su una grid dove il gas naturale copre molte ore marginali, influenzando sia il prezzo che l’intensità carbonica del sistema. Gli investitori vedono la crescita di Milano (+34%) ma non il costo climatico strutturale che quella crescita comporta.
La Lezione del Cemento
Ho visto questo film prima.
Nel cemento, le emissioni sono state ignorate per decenni. Poi è arrivata la EU Taxonomy con criteri tecnici brutalmente specifici: massimo 0,5 tonnellate di CO₂ per tonnellata di cemento prodotto. Non “commitment net-zero entro il 2050” — numeri precisi, verificabili, obbligatori.
Il risultato? Una quota significativa delle fornaci costruite prima del 2015 sono diventate stranded assets senza costosi retrofit per cattura e stoccaggio del carbonio. Miliardi di euro di CAPEX spesi su infrastrutture che sono diventate non-compliant in pochi anni.
L’AI infra sta seguendo la stessa traiettoria, ma compressa. Il cemento ha avuto 170 anni tra le prime emissioni e i primi target regolatori europei. L’AI ha avuto quattro anni tra il boom dei data center e l’AI Act. L’AI Act non include criteri carbon vincolanti. I regolatori europei stanno valutando criteri più stringenti, ma l’implementazione richiederà tempo.
Il gap esiste. La correzione arriverà. La domanda è: chi la prezza per primo?
Cosa significa per gli allocatori di Capitale
Se gestisci un portfolio ESG con esposizione a big tech o data center operator, hai quindi tre opzioni:
- Ignorare il problema e sperare che i RECs continuino a funzionare come copertura.
- Aspettare che i regolatori chiudano il gap e poi reagire (pagando il costo della sorpresa).
- Iniziare ora a valutare l’esposizione reale guardando metriche location-based, consumo idrico, e carbon intensity della grid dove operano i data center.
La domanda non è se il mercato riprezzarà questi asset quando la CSRD entrerà in vigore. La domanda è: chi sarà posizionato correttamente prima che accada?
Riferimenti
- European Commission (2025). “InvestAI Programme – €20B Digital Infrastructure Investment”. Link
- European Investment Bank (2025). “€100B+ Mobilized for Digital Infrastructure 2025-2030”. Link
- RINA Prime Value Services (2025). “Il mercato dei Data Center in Italia – Report 2025”, p. 4-14. Link
- International Energy Agency (2025). “Energy and AI – Special Report”. Link
- Solar Power Europe (2025). “EU Solar Market Outlook 2025-2028”. Link
- Google (2025). “Environmental Report 2025”, p. 40-41. Link
- ARPA Piemonte (2025). “Bollettino Idrologico Mensile – Giugno 2025” + ARPA Lombardia (2025). Link
- Internet Policy Review (2025). “Big Tech’s 2025 Sustainability Reports: Location-based Analysis”. Link
- The Guardian (2024). “Tech Giants’ Real Emissions Analysis – Scope 1-2 Gap Assessment”.
- European Commission (2025). “CSRD Scope 3 AI Requirements – 2026-2027 Implementation Timeline”.
- RINA Prime Value Services (2025). “Il mercato dei Data Center in Italia – Report 2025”, p. 12-14.
- EU Taxonomy Navigator (2024). “Climate Delegated Act – Cement Production Criteria”. Link
- European Commission (2026). “AI Continent Action Plan – Grid Carbon Intensity Metrics”. Link
L’articolo è a cura di Gianluca Di Pasquale.