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Con le Nature-based solutions l’azienda riconosce la biodiversità come infrastruttura

Solo l'1% dei bilanci di sostenibilità nel mondo parla di biodiversità, mentre le città italiane pagano ogni estate un conto sempre più alto in vite umane

Cinquantottomila morti. È il numero, ancora provvisorio, delle vittime delle ondate di calore che hanno colpito le città europee tra fine luglio e metà agosto 2026. Un dato a cui si somma un’altra cifra strutturale: circa 50 mila decessi l’anno, in Italia, per l’inquinamento atmosferico urbano. A Milano, per fare un esempio vicino, i limiti di qualità dell’aria vengono superati per circa 50 giorni l’anno, e diversi studi collegano una quota rilevante dei tumori al seno proprio all’inquinamento cittadino.

Sono numeri da bollettino sanitario più che da report ambientale. Ma dicono qualcosa che riguarda le imprese più da vicino di quanto sembri a prima vista: le città in cui vendono, assumono, producono sono anche l’ecosistema da cui dipendono, e la sua tenuta non è fuori dal bilancio, è dentro il conto economico.

Le aziende non parlano abbastanza di biodiversità

A livello globale, appena l’1% dei bilanci di sostenibilità menziona la biodiversità. È un dato che stride con l’evidenza: le aziende dipendono in modo pressoché totale dagli ecosistemi, dall’acqua alle materie prime, eppure quasi nessuna analizza il tema. 

Il problema non è la mancanza di volontà, quanto la scarsa familiarità con gli strumenti disponibili. Le nature-based solutions vengono ancora percepite come un vago richiamo al verde urbano, quando in realtà sono infrastrutture a tutti gli effetti: alberi e aree verdi abbattono le patologie respiratorie e mitigano le ondate di calore. In Italia, il suolo asfaltato copre circa il 7% del territorio nazionale, più del doppio della media Ue del 3%: superfici impermeabili che aggravano gli allagamenti quando diluvia e trattengono calore quando non piove affatto.

Dove il capitale naturale conta di più

Fuori dal contesto urbano, la dipendenza dalla natura si manifesta in modi meno visibili ma altrettanto concreti. Il 90% della frutta e della verdura che arriva sulle nostre tavole dipende dall’impollinazione naturale, e in alcune regioni del mondo la scomparsa degli impollinatori ha già reso necessario impollinare a mano, con costi aggiuntivi lungo tutta la filiera agroalimentare. Allo stesso modo, piantare alberi contrasta il dissesto idrogeologico, e rigenerare le praterie marine rallenta l’erosione delle coste.

Non sono gesti simbolici, ma interventi misurabili sulla sicurezza delle infrastrutture. Alcune compagnie aeree africane hanno già iniziato a comunicare la rigenerazione di decine di migliaia di ettari di foresta come parte della propria offerta commerciale, segno che il posizionamento su questi temi sta smettendo di essere una nicchia reputazionale per diventare un asset vero e proprio.

Per una finanza verde

Oggi gran parte degli interventi di tutela della biodiversità viene finanziata con fondi pubblici, ma molte aziende ignorano l’esistenza di programmi dedicati della Commissione europea, oltre ai fondi regionali per l’innovazione. Il risultato è che chi vuole investire finisce spesso per rivolgersi al credito bancario ordinario, pagando di più per interventi che avrebbero potuto realizzare con strumenti agevolati.

Il mercato dei crediti di carbonio, guardato con diffidenza alla nascita, oggi è una realtà consolidata; e Bruxelles sta lavorando a strumenti analoghi per il capitale naturale. Chi investe adesso in queste soluzioni non compie un gesto etico isolato, ma anticipa un mercato ancora in formazione, con il vantaggio competitivo di chi arriva prima.

Rielaborazione di temi emersi nel dialogo con Roberto Danovaro (Università Politecnica delle Marche) alla presentazione della ricerca 2026 di iSustainability.